venerdì 22 febbraio 2013

Le tabelle dell'ortolano


L'ORTO: LA CONSOCIAZIONE DEGLI ORTAGGI

Quando si decidono quali ortaggi coltivare nel proprio orto è necessario tenere conto dei problemi legati alla "consociazione" dei vari tipi di ortaggi e di erbe. E' stato verificato che la vicinanza di alcuni ortaggi aumenta la velocità dello sviluppo, le dimensioni e la qualità dei frutti. E’ possibile verificare la tecnica della consociazione seminando due file di ravanelli, alternate rispettivamente da una fila di crescione e da una di cerfoglio. La differenza del sapore dei ravanelli che cresceranno sarà impressionante: mentre quelli cresciuti vicini al cerfoglio saranno molto piccanti, quelli vicino al crescione saranno saporiti ma delicati.   

Ortaggi
Consociabili
Non consociabili
Asparagi
Pomodori, prezzemolo, basilico
=
Barbabietole
Cipolle, ravanelli, cavoli, rape
Fagioli rampicanti
Carote

Cipolle, ravanelli, piselli, lattuga, cicoria, porri, rosmarino, salvia, pomodori.
Aneto

Cavoli

Barbabietole, cetrioli, fagioli rampicanti, fagioli nani, fragole, lattuga, piselli, pomodori, porri, spinaci, ravanelli, sedani.
Aglio, cipolle, patate

Cetrioli
Cavoli, fagioli, granturco, piselli, ravanelli, girasoli, finocchi
Patate, erbe aromatiche
Cicoria
Carote, fagioli rampicanti, lattuga, finocchi, pomodori
=
Cipolle e aglio
Zucchine, barbabietole, fragole, pomodori, lattuga, camomilla
Piselli, fagioli, cavoli.                   
                                                                  
Erba cipollina
Carote
Piselli, fagioli
Fagioli
Patate, carote, cetrioli, cavoli
Cipolla, aglio, gladioli
Fagioli rampicanti
Zucchine, ravanelli, cicoria, cavoli, granturco, santoreggia
Cipolle, barbabietole,
finocchi, girasoli
Fagiolini nani

Cavoli, ravanelli, patate, cetrioli, granturco, fragole, sedani, santoreggia
Cipolle, barbabietole,
finocchi, girasoli
Finocchi
Cetrioli, cicoria, lattuga, piselli
Fagioli rampicanti,
fagiolini nani
Fragole
Ravanelli, fagiolini nani, spinaci, lattuga, cavoli
=
Girasole
Cetrioli
Patate
Granturco
Patate, piselli, fagioli, cetrioli, zucca, zucchine
=
Lattuga
Cicoria, finocchi, cavoli, carote, ravanelli, fragole, cetrioli
Prezzemolo
Melanzane
Fagioli
=
Patate

Fagioli, granturco, rafani, calendule, melanzane

Zucche, cetrioli, girasoli, cavoli, pomodori, lamponi
Piselli

Finocchi, carote, rape, ravanelli, cetrioli, granturco, fagioli, cavoli
Cipolle, aglio, gladioli,
patate
Pomodori
Cavoli, ravanelli, cicoria, cipolle, prezzemolo, asparagi, calendule, carote
Cavoli, rape, patate, finocchi
Porri
Cipolle, cavoli, sedani, carote
=
Prezzemolo
Ravanelli, pomodori, asparagi
Lattuga
Rape
Piselli
=
Ravanelli

Cavoli, barbabietole, fagioli, fagiolini nani, fragole, lattuga, piselli, pomodori, spinaci, prezzemolo, cetrioli.
=
Sedani
Porri, pomodori, fagiolini nani, cavoli
=
Spinaci
Fragole, cavoli, ravanelli
=
Zucca
Granturco, nasturzi
Patate
Zucchine
Cipolle, fagioli rampicanti
=

ERBE
EFFETTI
Abrotano
Seminare qua e là nell'orto. E' consociabile con il cavolo del quale migliora il gusto e lo sviluppo. Allontana la farfalla cavolaia.
Achillea
Come bordura, sui sentieri e vicino alle erbe aromatiche delle quali aumenta la produzione di oli essenziali.
Aglio
Contribuisce alla crescita e alla salute di rose e lamponi.
Aneto
Si accompagna al cavolo.     Non ama le carote.
Assenzio
Come bordura tiene lontani gli animali dall'orto, ma la sua vicinanza non fa bene a nessuna pianta: da tenere quindi alla giusta distanza.
Basilico
Si accompagna ai pomodori migliorandone il gusto e lo sviluppo. Respinge mosche e zanzare.         Odia, però la ruta e non può starle vicino.
Camomilla
Ottima la consociazione con cavoli e cipolle: ne migliora il gusto e lo sviluppo.
Cerfoglio
Consociabile ai ravanelli: ne migliora lo sviluppo e il sapore.
Cumino
Seminare qua e là nell'orto: Ammorbidisce il terreno.
Dragoncello
Utile in tutto l'orto.
Erba cipollina
Consociabile alle carote: ne migliora il gusto e lo sviluppo.
Finocchio
selvatico
Tenere lontano dall'orto. La maggior parte delle piante non ne apprezza la
compagnia.
Issopo
Tiene lontana la farfalla cavolaia. Si associa ai cavoli e alla vite. Non ama i ravanelli.
Lamio bianco
Consociabile con le patate, dalle quali tiene lontani gli insetti.
Levistico
Seminare qua e là nell'orto. Migliora il gusto e la robustezza delle piante.
Lino
Consociato alle carote e alle patate ne migliora il gusto e lo sviluppo. Tiene lontane le dorifore dalle patate.
Maggiorana
Migliora il profumo delle piante.
Melissa
Migliora il sapore e lo sviluppo dei pomodori.
Menta
Migliora il gusto e lo sviluppo di cavoli e pomodori. Tiene lontana la farfalla cavolaia.
Mentuccia
Tiene lontana l'altica (coleotteri di piccole dimensioni 1,8 – 2 mm)
Nasturtium
E' molto utile ai ravanelli, ai cavoli e a tutte le cucurbitacee. Seminato sotto gli alberi da frutto tiene lontani gli afidi e altri insetti.
Petunia
Protegge i fagioli dagli insetti.
Portulaca
Può essere usata per tenere il terreno coperto sotto il granturco.
Rafano
Seminato negli angoli delle aiuole delle patate tiene lontani gli insetti.
Rosmarino
Consociabile con cavoli, fagioli, carote e salvia. Tiene lontane la cavolaia, la mosca delle carote e l'epilachna.
Ruta
Seminata vicino a rose e lamponi li protegge dagli insetti. Odia il basilico.
Salvia
Consociabile con rosmarino, cavoli e carote ma non ama i cetrioli.
Santoreggia
Migliora il gusto e la salute di fagioli e cipolle.
Tagete
E' una delle piante più attive nella lotta agli insetti.
Tanaceto
Seminato con rose, lamponi, sotto gli alberi da frutto, tiene lontano gli insetti volanti.
Timo
Il suo odore tiene lontano la cavolaia.
Valeriana
Va bene ovunque nell'orto.

Alcune piante, se coltivate vicine, favoriscono il reciproco sviluppo e si difendono vicendevolmente dai parassiti. Le sostanze emesse dalle radici dei pomodori stimolano la crescita dei sedani; le carote tengono lontano la mosca delle cipolle, e le cipolle quella della carota. L’agricoltura biologica sfrutta proprio queste simpatie fra le piante per evitare l’uso di fertilizzanti chimici e pesticidi.
 



L'ortolano docet

Come coltivare l'orto - parola di Luigino


  ROTAZIONI CULTURALI nell’orto, tecnica antica e indispensabile

La coltivazione sullo stesso terreno delle medesime colture è causa di diversi inconvenienti fra i quali si possono citare la riduzione del livello della fertilità del terreno, la comparsa di patologie parassitarie, lo sviluppo delle erbe infestanti ecc.

Nel progettare e organizzare l’orto dobbiamo sempre tenere conto della ‘rotazione degli ortaggi’ o ‘dell’avvicendamento delle verdure’. La tecnica è semplice. Funziona così: le piante non amano stare sempre nello stesso posto, perché soprattutto le più affamate l’anno dopo trovano il terreno troppo povero per i loro gusti, ecco allora che occorre sostituirle con altri ortaggi che al contrario arricchiscono il suolo, e così via negli anni: ogni stagione l’ortaggio giusto al posto giusto. La rotazione ci insegna a fare questo, consigliandoci l’ordine in cui gli ortaggi, appartenenti a famiglie e specie diverse, devono susseguirsi su uno stesso appezzamento di terreno nel corso delle varie stagioni.

Perché la rotazione delle colture è importante?

Molte patologie che attaccano i vegetali sono provocate da agenti patogeni, fitofagi, parassitari ecc.; tali agenti, in determinate condizioni, possono attaccare una particolare famiglia di piante (un esempio è la cosiddetta peronospora, patologia che attacca le Cucurbitacee, come zucchine, zucche, angurie, e le Crucifere, come cavoli, cavolfiori e broccoli) e sfamandosene possono sopravvivere e riprodursi creando notevoli problemi a livello produttivo. Poiché i vari agenti non attaccano tutte le piante indistintamente, la soluzione per la loro eliminazione consiste nel variare il tipo di coltura. Così agendo si viene a limitare la sopravvivenza e il proliferarsi di determinati patogeni; di fatto, la rotazione delle colture è una specie di strategia preventiva che talvolta ha anche finalità terapeutiche. Grazie alla rotazione delle colture è possibile limitare l'utilizzo di prodotti chimici ad azione fitosanitaria quali, per esempio, gli antiparassitari, i pesticidi, i diserbanti ecc.; tale limitazione consente sia un risparmio di tipo economico sia di limitare gli eventuali problemi che il loro uso potrebbe causare (molti fitosanitari sono sostanze pericolose che vanno maneggiati con molta precauzione).
Grazie alla rotazione il terreno assorbe determinati tipi di nutrienti che erano stati assorbiti dalle piante presenti in precedenza; ciò è particolarmente utile per la massimizzazione della varietà colturale, senza contare che il ciclo delle erbe infestanti sarà interrotto.
Si è inoltre osservato che la rotazione delle colture contribuisce non poco al miglioramento delle caratteristiche fisiche del terreno; essa, infatti, contribuisce a renderlo più stabile, meno degradato, meno erodibile dagli agenti atmosferici e contribuisce inoltre a una maggiore efficienza della gestione delle risorse idriche infiltrate
La rotazione migliora la qualità e la resa della produzione orticola, controlla la crescita delle malerbe, contrasta insetti e malattie e salvaguarda la fertilità del terreno. Di conseguenza diminuisce la necessità di diserbanti, concimi e antiparassitari. Insomma un vero aiuto sia per il nostro orto che per le nostre finanze.
Ricordiamoci di cambiare ogni anno la disposizione delle piante da coltivare, in modo da ottenere un equilibrio biologico naturale. La rotazione è fondamentale per mantenere vitale e produttivo il terreno dell’ orto; 

Rotazione delle colture: Esistono diversi modi per eseguire la rotazione delle colture; ma ci soffermeremo sulle due principali. La prima si basa sulle esigenze nutritive degli ortaggi, che vengono suddivisi in tre macro gruppi.

Il primo grande gruppo comprende tutti quegli ortaggi che sono notevoli consumatori di sostanze nutritive: Cavoli (tutte le varietà), Cetrioli, Insalate, Melanzane, Meloni, Patate, Peperoni, Pomodori, Sedano e sedano rapa, Spinaci, Zucche e zucchine.

Nel secondo gruppo troviamo tutte quelle piante ritenute consumatori medi di sostanze nutritive: Aglio, Barbe rosse, Bietole, cavoli rapa, Carote, Cicoria, Cipolle, Erbe aromatiche, Finocchi, Porri, Radicchio, Ravanelli, Rucola, Scorzonera.

Il terzo gruppo comprende tutti quegli ortaggi che sono considerati come deboli consumatori di sostanze nutritive: Fagioli e fagiolini, Fave, Piselli, Prezzemolo.
Questo sistema di rotazione delle colture prevede la suddivisione della superficie dell'orto in tre settori (settori 1, 2 e 3). Supponiamo di iniziare la coltivazione dell'orto: nel settore 1 verranno coltivati gli ortaggi del primo gruppo (i forti consumatori), nel settore 2 verranno coltivati gli ortaggi appartenenti al gruppo dei medi consumatori e nel settore 3 gli ortaggi del terzo tipo. Nel ciclo seguente, nel secondo settore si semineranno ancora gli ortaggi del secondo gruppo che saranno in grado di sfruttare la fertilità residua, in seguito vi si coltiveranno quelli del terzo gruppo, i meno esigenti (la maggior parte dei quali appartiene alla famiglia delle Leguminose) che permetterà di fissarvi l'azoto atmosferico arricchendo quindi il terreno di utili sostanze organiche rendendolo adatto alla successiva coltivazione delle piante del primo gruppo, quelle più esigenti. 

Quando si esegue la sostituzione delle piante, le scelte non sono casuali, una certa pianta, infatti, deve essere sostituita da un'altra pianta appartenente a una famiglia botanica totalmente diversa affinché si possano ottenere i maggiori benefici e si possa mantenere costante la continuità del ciclo produttivo.

Altro sistema, quello della rotazione quadriennale, prevede la suddivisione del terreno in quattro settori:
Il primo anno si procede così:
  • settore 1: patate
  • settore 2: legumi e cavoli
  • settore 3: ortaggi da radice
  • settore 4: ortaggi da foglia.
Secondo anno:                                         
  • settore 1: ortaggi da foglia
  • settore 2: ortaggi da radice
  • settore 3: legumi e cavoli
  • settore 4: patate.
Terzo anno:
  • settore 1: legumi e cavoli
  • settore 2: ortaggi da foglia
  • settore 3: patate
  • settore 4: ortaggi da radice.
Quarto anno:
  • settore 1: ortaggi da radice
  • settore 2: patate
  • settore 3: ortaggi da foglia
  • settore 4: legumi e cavoli.
Quando si sarà terminata la rotazione si effettuerà la concimazione del terreno e si potrà ricominciare il Ciclo. 

Le patate hanno “simpatia” per i fagioli. Se piantate vicino al fagiolo, le patate crescono più rigogliose e sembra che siano attaccate di meno dalla dorifora. 

UTILITA’ DEL SOVESCIO E COME PRATICARLO

Sovescio nell'orto
Per fertilizzare e arricchire di sostanze nutritive tutte naturali il terreno del nostro orto, possiamo utilizzare la tecnica del sovescio.
Chiamata anche concimazione verde, il sovescio è un elemento prezioso per avere un orto fertile e rigoglioso in poco tempo.
Cos’è il sovescio
Il sovescio è molto utilizzato in agricoltura biologica, ma può adattarsi perfettamente anche a piccoli appezzamenti. Non è una tecnica complicata, e non comporta l’utilizzo di particolari attrezzi o contenitori.
Il sovescio si basa sulla coltivazione di determinate specie di piante, che, nel momento del loro massimo sviluppo, invece di essere raccolte o strappate, vanno interrate.
Caratteristiche
E’ un procedimento agronomico naturale.
In questo modo le sostanze che contengono queste piante vanno ad arricchire il terreno e fungono da concime naturale, migliorando anche la struttura del terreno e la sua composizione. Tramite il sovescio, infatti, è possibile aumentare il materiale organico all’interno del suolo, rallentando anche i fenomeni erosivi e di dilavamento.Inoltre, utilizzando un certo tipo di piante, come le leguminose, c’è anche un apporto di azoto, che favorisce la fertilizzazione naturale del terreno.

Quando fare il sovescio
La pratica del sovescio va solo fatta nel momento giusto. Ovvero quando nell’orto è già stata raccolta la coltura principale o prima di una nuova semina, quando bisogna preparare il terreno arricchendolo con sostanze nutritive.Il sovescio è ideale anche quando un terreno incolto deve essere trasformato in una coltura, o in un piccolo orto; In poco tempo, il terreno povero e stressato, apparirà rinvigorito e pronto per le nuove coltivazioni.
Per quanto riguarda i vegetali per il sovescio, una volta seminati, vanno bagnati regolarmente e portati a sviluppo quasi totale. Se necessario, è bene eseguire anche lo sfalcio, in modo che raggiungano maggiore rigogliosità.
Se si tratta di leguminose, è meglio invece, intervenire prima che si sviluppino i fiori, in modo che la quantità di azoto non sia ridotta perché sfruttata per portare a maturazione i semi.
Per la tecnica specifica, l’interro va eseguito con un leggero appassimento della materia vegetale. Il che significa che gli sfalci non devono seccare, ma solo appassire leggermente. Basteranno poche ore di stacco, tra le due operazioni.
Inoltre l’interro va eseguito almeno un mese prima di seminare i nuovi prodotti, in modo da lasciare il tempo alle sostanze nutritive di disperdersi in quella parte di terreno.
Perché ciò avvenga nel modo corretto, non è necessario interrare in profondità: bastano pochi cm, dell’ordine dei 10 o dei 15. Così la decomposizione prende il via anche grazie a una maggiore ossigenazione atmosferica.

Quali piante utilizzare
Le piante più utilizzate e utili per il sovescio sono le leguminose, le crucifere e le graminacee (alopecurus, avena veccia, avena pisello e setaria ecc.).
Le leguminose, abbiamo già detto che arricchiscono il terreno con l’azoto, e si adattano senza grossi problemi anche a climi diversi. Tra le più comuni troviamo: il favino, il trifoglio incarnato, il lupino, la lenticchia, il pisello, il fagiolo e la veccia.
Le crucifere invece sono molto utilizzate quando è necessaria una grossa quantità di massa vegetale e in poco tempo. Conosciute e diffuse sono la colza, e la senape.
Le graminacee, sono più conosciute per le allergie che scatenano, sono molto utilizzate in combinazione alle leguminose: insieme, infatti, funzionano alla perfezione, sia sotto l’aspetto di protezione dal freddo, sia per la resistenza alla mancanza di acqua. Le combinazioni principali sono avena e veccia o avena e pisello.

Utilizzi del sovescio
Il sovescio è una tecnica colturale molto utile in paesi in via di sviluppo, dove la concimazione con letame non è sempre disponibile. Nel sud dell’Italia è molto praticata, ma si trova largo impiego anche nell’ambito della zootecnia, dove la produzione di erbai e prati pluriennali a rotazione diventa indispensabile, soprattutto se eseguita in modo naturale, grazie alla sua azione biocida e alla sua intrinseca azione di controllo degli infestanti.



domenica 17 febbraio 2013

UN NUOVO RACCONTO DEL NOSTRO LIBRO SU VERMEZZO

Gli esordi della SS VERMEZZO dalla memoria dei fondatori




CALCI A UNA PALLA, DALLA PIAZZA A UN CAMPO VERO

Il calcio a Vermezzo ha radici antiche. Già negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale “se giuga al ballon” in un campo non tanto distante da Cascina Grande. Poi la guerra cancella quel primo campo di calcio e molti ragazzi che lo calcano sono costretti a partire per il fronte. Senza un vero e proprio luogo dedicato al football, i più piccoli cominciano a giocare ovunque.
Quando le sfide tra amici si giocano in piazza, nella maggior parte dei casi si formano tre campi immaginari: un triangolo magico in cui volano calci e polvere.
Il primo campo va dal cancello della Casa Parrocchiale fin verso palazzo Pozzobonelli. Il secondo, dal sagrato della Chiesa muove verso “Zelino” e il terzo ha origine dal cancello della famiglia Capelli e occupa quella che adesso è chiamata piazza XXV Aprile.
Quando il pallone finisce oltre le linee immaginarie dei campi, a volte purtroppo raggiunge i vetri delle case vicine. La più bersagliata è la casa dell’Angelo Gotti, che tutti conoscono col soprannome di “Meazza”. Il Meazza è chiamato così perché il calcio lo appassiona, e anche tanto. Un giorno, l’amore per la sua squadra lo porta a scommettere con tutto il paese: “Me taj on barbis se l’Inter la vinc nò el campionaa“ sicuro di spuntarla. Purtroppo la storia finisce male sia per l’Inter, sia per il Meazza, che per un po’ è costretto a girare in paese con un baffo solo, per l’ilarità di tutta la combriccola di amici.
Negli anni Cinquanta si cominciano a giocare i primi tornei all’Oratorio. Il primo, con tanto di arbitro in cravatta e giocatori in divisa, si gioca nel 1955. E’ un quadrangolare con squadre a cinque che richiama una gran folla di tifosi. A vincere è il K2, squadra chiamata così perché da poco, per la prima volta, è stata scalata la vetta più difficile e insidiosa al mondo, seconda in altezza solo all’Himalaya.
Col tempo il bisogno di una vera e propria società sportiva si fa sempre più forte.
Nasce così, nel 1972, l’S.S. Vermezzo. A fondarla sono il Remigi, l’Aldo Cislaghi, il Balzarotti e il Giancarlo Pozzi, detto“el Pozzun” per via della sua statura.
Per due anni è Remigi a fare il presidente, poi passa il testimone all’Ernesto Balzarotti, che rimane in carica fino al 2000.
“ I primi furono anni duri - racconta Balzarotti con l’espressione di chi ha visto passare almeno cinque generazioni di ragazzi in divisa gialloverde – perché c’era tutto da fare: organizzare le formazioni giovanili, costruire una prima squadra in grado di competere e di guadagnarsi la Seconda Categoria, fare manutenzione al campo e costruire i nuovi spogliatoi”. E sì, perché gli spogliatoi del campo sportivo di via papa Giovanni, ristrutturati nel 2005 e attuale sede della Civica Scuola di Musica, vengono costruiti con il lavoro dei volontari che seguono la squadra.
Il Vermezzo conquista la Prima Categoria nel 1979. In attacco gioca Zibì, che al secolo fa di nome Bruno Locati e quando corre sulla fascia è la fotocopia del campione polacco Boniek. In porta invece c’è Roberto Cislaghi, che negli anni Ottanta il Presidente Balzarotti cede e acquista per ben tre volte. Nello staff tecnico lavorano e si avvicendano tante persone. I volti che per più tempo animano gli allenamenti e le partite gialloverdi sono quelli di Carla Perotti, allenatrice dei più piccoli, Amatore Zamperioli, per tutti “Zampa”, Mario Campaniello e Roberto Merlino.
Negli anni Ottanta e Novanta Vermezzo cresce e quello stadio che prima rappresentava l’estrema periferia del paese diventa troppo centrale. Nel 1999 viene inaugurato il nuovo centro sportivo di via Ada Negri: i campi adesso sono due, uno per gli allenamenti e uno per le partite. Gli spogliatoi sono molto più grandi e accoglienti e c’è un bar al servizio della struttura che ospita sui muri le fotografie di tanti ragazzi, molti ormai cresciuti, e di tornei e campionati sempre più ingialliti dal tempo, alcuni gloriosi, altri meno memorabili. Pochi anni dopo l’inaugurazione Ernesto Balzarotti lascia la società gialloverde, anche se per tutti resta “il Presidente”.
“Era il momento giusto per creare un ricambio nella dirigenza del Vermezzo – dice Balzarotti – anche se ho continuato a seguire le partite della società per tanti anni, pur non avendo più nessuna carica”.
Col finire del secondo millennio finisce così anche la fase pionieristica del calcio vermezzese, che chiude il sipario su tante storie e tanti volti. Ne ricordiamo in particolare due, che hanno segnato il cammino della società e vivono per sempre nella memoria di tutti: l’Angelo Trabucchi, mitico allenatore della promozione del 1979 in Seconda Categoria e Ciro Fiorentino, custode di decenni di storia gialloverde.

sabato 12 gennaio 2013

CASCINA GRANDE A VERMEZZO


Un primo assaggio del libro!Ciao a tutti! Ed ecco per voi lettori un primo racconto sulle emozioni vermezzesi legate alla Cascina Grande, tra storia e ricordo...

CASCINA GRANDE


E’ l’inverno del 1941, nel giorno di San Martino la famiglia Tessera si accinge al “San Michee”, il trasloco da cascina a cascina per un nuovo contratto di lavoro del capofamiglia, l’Ambrogio, specializzato trattorista.

L’Ernestina, la primogenita, ha nove anni e vive con preoccupazione l’evento: cosa troverà nel nuovo posto, come sarà quel paese che gli dicono chiamarsi Vermezzo, che genere di compagni troverà nella nuova scuola dove dovrà frequentare la quarta e la quinta? Pensieri che non ha la sua sorellina, la Lidia, che ha solo sei mesi. Nessuna delle due sa ancora che quel paese, Vermezz, sarà la loro dimora per tutti gli anni a venire, dove si svilupperà la loro intera esistenza.

La famiglia arriva quindi, quel giorno, a Cascina Grande, non molto distante dal centro abitato: una strada dritta e bianca, che corre tra campi e rogge, la conduce a quell’ingresso imponente e merlato, oltre il quale sorgono splendidi edifici in stile sforzesco. La cascina è grandissima, ci vivono e lavorano un centinaio di anime.

La mamma Erminia prepara e rassetta la nuova casa, il papà intanto prende confidenza col “Landini”, il trattore sul quale passerà lunghe giornate per sfamare la famiglia.
Oggi Ernestina è una splendida signora di ottant’anni, cui luccicano gli occhi mentre i ricordi si affollano tutti insieme nella sua mente. La Lidia, sempreverde sgarzulìna, l’aiuta a metterli in fila, a non confondere i nomi e le ricorrenze. Tutte e due quasi incredule di come, aprendo lo scrigno dei ricordi, questi ne fuoriescano freschi e quasi intatti, a distanza di vari decenni.

“Il fittavol dell’epoca era il Ticozzi, una brava persona. In cascina risiedevano circa 17 famiglie alcune delle quali, ancora oggi, fanno parte del paese, come i Pastori, i Bragalini, i Tesa con due distinti nuclei, i Bonetti, i Passoni. E poi c’erano i Gardini, Lattuada, Gramegna, Andreoni, Barani, Giorgi e Mariani e altre che adess me regordi nò”.

L’Ernestina va a scuola, fino alla quinta “che poeu gh’era pù nient, occorreva andare fuori paese” e così si rivolge al fattore, un giorno che i braccianti si accingevano ad andare nei campi e gli dice che anche lei vuole lavorare, che si sente pronta. Lui la guarda sorridendo e le dice una cosa che lei non scorderà mai più: “tosa, se prendi in mano la zappa ora non la lascerai per tutta la vita”. Ma la prende come bracciante e oggi è lei a sorridere, notando che era vero per i tempi di allora, ma non per quelli che seguirono vent’anni più tardi.

La dura vita contadina a Cascina Grande è scandita, raramente, da momenti di riposo e divertimento. Come il giorno dell’Ascensione “el Dì de l’Ascénsa”, festa grande in cascina con cerimonia davanti al dipinto della Madonna, il Don Silvestro (Beneggi) che benediva le campagne e qualcosa in più da mangiare prima del ballo con la fisarmonica dell’Ernesto Pastori, che “el sonava a oreggia, ma l’era bravo weh?” Più avanti arriverà il progresso, e la fisarmonica viene sostituita dal grammofono della Giovannina Lattuada e “sotta a ballà!”.

O come d’inverno, nel periodo dell’uccisione del maiale, quando tutte le famiglie a turno si passano il trespolo cui appendere l’animale, partecipano al grande lavoro di ciascun nucleo nella preparazione delle carni per la conservazione e l’insaccamento, con l’immancabile cena collettiva finale presso ciascuna famiglia in cui tutti, grandi e piccoli, sono chiamati a godere della momentanea abbondanza.

La stagione invernale vede le donne ferme col lavoro nei campi mentre per gli uomini ,“i salariaa”, si riducono le ore di occupazione in conformità con quelle di luce della giornata “faseven la romanella, ona tirada unica dai noef de la mattina ai trè del posdisnaa”. E così anche il pasto del mezzogiorno diventa un tutt’uno con la cena, “inscì gh’éra un poo de risparmi”. Nel tardo pomeriggio si lascia spegnere la stufa nelle case contadine, “la legna l’era minga tanta de trasà”, e tutti si ritrovano nella stalla, l’unico posto ove trovare un po’ di tepore e godere della reciproca compagnia. Le donne “faseven i scalfìnn”con i quattro aghi da maglia che abilmente manipolano tra le mani, “e i calcagn me vegneven mai ben” ridacchia la Lidia ricordando le grezze calze di lana che si producevano per difendersi dai geloni. Gli uomini giocano a carte, fumano il toscano e raccontano le vecchie storie all’uditorio attento dei bambini. Ma i lunghi mesi di forzato riposo saranno compensati nella bella stagione da giornate di infinite ore con la schiena ricurva sui campi, perché “i or d’on ann che se doveva fà per contratt cont el padron eren quej, e quej se faseven, cara ti”.

C’era un gran bel forno per il pane in cascina, e anche nei periodi più grami come quello della seconda guerra mondiale, c’era sempre il modo di cuocerne un po’ per le famiglie. Era in funzione anche una pila per la lavorazione del riso, una delle grandi risorse della produzione agricola della tenuta, e grazie a questo impianto “nissun a Cassina Granda l’ha patii la famm in temp de guerra, disemm insomma che se stava nò mal”.

Il borsellino era scarno per tutti, ma appena si poteva si usciva in cortile per l’arrivo degli ambulanti: il prestinaio di Castelletto, il Milani di Zelo o il Cavestri che portavano frutta e drogheria, l’oliee di Casorate che portava il preziosissimo olio d’oliva, el patatee che decantava a gran voce la bontà delle sue patate. Momenti di felicità per i bambini che aspettavano una caramella o un bon bon.

La domenica era un giorno di stacco, anche se non era del tutto festivo. Al mattino si doveva lavorare nei campi ed accudire il bestiame e per questo motivo si andava a Messa Prima, alle sei del mattino. Anche le due sorelline seguivano a piedi la mamma fino alla chiesa ed assolvevano al loro dovere festivo, “cont el Don Silvester se podeva minga sgarà…”.Dopo pranzo gli uomini e i giovanotti, in camicia bianca e l’immancabile cappello in testa, andavano tutti in gruppo in paese, all’osteria, dove passavano le poche ore di riposo col bicchiere di vino e giocando a carte “riveven a cà tucc on poo in gaijnna” ricorda ridacchiando l’Ernestina, ripensando al padre. Saranno tra quelli che negli anni successivi edificheranno con le proprie mani in centro paese“la Coperativa”,col gioco delle bocce, ma questa è un’altra storia, che racconteremo.

Dopo la guerra, anche Cascina Grande vive le combattute stagioni del referendum monarchia/repubblica, delle prime elezioni e della rinascita democratica dell’Italia. In paese quel considerevole agglomerato di contadini era soprannominato “La Stalingrado di Vermezzo”, per via del fatto che “eren tucc socialista e comunista a Cassina Granda”. Qualche anno più tardi, quando in canonica si consumerà il tragico omicidio del parroco, Don Silvestro Beneggi, voci maligne in paese solleveranno il dubbio che possa essere opera “de quej ross de la Cassina Granda”, e la tenuta sarà invasa da giornalisti e fotoreporter a caccia di notizie. Anche negli anni successivi le cose non cambieranno, tanto è vero che in occasione delle varie elezioni comunali, quando alla domenica pomeriggio dalla cascina arrivavano in massa al seggio elettorale, il presidente “che l’éra semper er scior Piero Capelli”, noto esponente democristiano, tirava un gran sospiro e sconsolato notava “ecco, ghe semm….gh’é rivaa Stalingrad, l’é finida”.

Ernestina e Lidia ricordano con un misto di angoscia ed orgoglio la stagione dei grandi scioperi dell’agricoltura negli anni che vanno dal 1949 al 1953, quando anche la loro famiglia insieme a tutte le altre incrocia le braccia a sostegno della protesta per la riforma agraria e gli aumenti salariali, sotto la guida della Camera del Lavoro di Abbiategrasso nella figura “del Bigoni, se me regordi ben”.I giorni di astensione dal lavoro diventano in alcuni casi anche oltre 40 continuativi ed innescano enormi dissapori tra paisan e proprietari terrieri. “Hann fina faa rivaa i crumiri da Brescia. Eh, l’é stada dura assee quella volta lì”.

Erano tanti i giovani in cascina. Una masnada di giovanotti e signorinelle nel pieno della gioventù e dei turbamenti dei primi amori.
Anche l’Ernestina trova il suo grande amore a Cascina Grande. I suoi occhi si inumidiscono mentre racconta del suo Carluccio, il Carlo Tesa, col quale si lega giovanissima negli anni cupi del dopoguerra e che sposerà, dopo otto anni di fidanzamento “ma foeura de cà eh?”, in un giorno di maggio del ’56. “Cinquant’anni insieme” non manca di sottolineare commossa.

Il matrimonio è l’occasione per l’Ernestina di lasciare la cascina, venendo ad abitare in paese, nella casa in piazza “quella cont i basej che g’hè an’mò adess”, ed anche di cambiare mestiere, sfatando così la premonizione del fattore di tanti anni prima. Il Carluccio andrà in città “a Milan” in fabbrica e lei farà la camiciaia ma tornerà alla campagna per diversi anni, nella stagione della monda del riso, facendo la mondina. Quando negli anni sessanta arrivano le fabbriche a Vermezzo, nel territorio fra Vermezzo e Zelo, diventerà operaia alla Sica dal cui ingresso potrà sempre vedere dietro ai pioppi, sullo sfondo dei campi, la sagoma inconfondibile della Cascina Grande.

Sempre meno famiglie abiteranno quelle mura nei decenni successivi. La conduzione dell’attività tornerà alla famiglia Capelli, il cui esponente più importante, il Cav. Ovidio Capelli, l’aveva resa grande ed assai importante nei decenni precedenti l’ultima guerra. Oggi è abitata solo dalla proprietà, non è facilmente visitabile e conserva ancora tutto il suo fascino di dimora sui generis.

lunedì 7 gennaio 2013


E’ interessante notare come il comportamento umano differisca in due circostanze per molti versi simili. Se ci rechiamo da turisti in un posto nuovo, tra le prime curiosità c’è conoscere il passato di quei luoghi: quale buona guida turistica non esordirebbe con i “cenni storici”?! Al contrario, se ci trasferiamo a vivere in un paese nuovo, indifferentemente se sia lontano o vicino a quello di provenienza, ci interessa solo il presente di quel luogo: le bellezze naturalistiche, i servizi che ci offre, le occasioni di incontro e di svago e che magari, i nuovi vicini di casa siano almeno un po’ simpatici. La curiosità su che cosa è accaduto in quei luoghi prima del nostro arrivo fa capolino solo col passare del tempo.

Ad un tratto, inaspettatamente, notiamo un antico e bellissimo palazzo; il nome insolito di una via mai sentito prima, che onora un personaggio storico del luogo; ci incuriosiamo il giorno della festa del paese per le sue tradizioni quasi perdute; ascoltiamo un proverbio in dialetto: saggezza antica e sempre nuova.

E allora incontriamo il passato di questi luoghi: a volte sono stati protagonisti della Storia ufficiale, altre solo comparse, ma tutti hanno una loro storia unica ed irripetibile:non una storia di eventi, di guerre, di personaggi, ma una storia umana!

 

Della nostra bella Vermezzo vogliamo raccontare questa bella storia umana:

storie di vita contadina, storie di artigiani preziosi e infaticabili, storie di amori e di amicizie durate più di un intera vita. La Storia, quella ufficiale, quella con la S maiuscola e la storia locale scritta negli annali e già diversamente narrata, fanno talvolta capolino nei nostri racconti, ma non tra le parole morte dei giornali o degli archivi, ma nei volti vivi, negli occhi accesi, nelle voci rotte dalla nostalgia delle persone che l’hanno vissuta.

E questa storia la vogliamo raccontare ai tanti nuovi vermezzesi: quasi 2000 persone arrivate ad abitare a Vermezzo in questo ultimo decennio. Una storia che è preziosa eredità da cui partire per piantare le radici in un posto nuovo e continuare a costruirne la storia…umana.